Come si può capire dalla (un)densità di articoli nel blog, il rientro al lavoro post-ferie è stato, giusto per dirla con un eufemismo, un po’ incasinato. I miei progetti vanno avanti, e penso di starli gestendo anche bene, visto che alcuni sono poi sfociati in presentazioni ufficiali a CEO e Presidenti. Il mio contratto di sfruttamento sottopagato si è trasformato in un… altro contratto di sfruttamento, ma più pagato, almeno fino a febbraio, quindi per ora non mi posso lamentare. Sto imparando tanto, e ci sono nuovi progetti che si preannunciano molto interessanti che probabilmente mi verranno assegnati.

Anche la vita, quella cosa che succede fuori dall’ufficio insomma :) prosegue molto bene, tra faccende e aggiustamenti per una casa che cresce in un’altra provincia, commuting in macchina/treno/bici, allenamenti, lezioni e interpretariato, un concerto (quello dello scorso post) che mi risuona anche negli orecchi e nelle orecchie, corsi ed esami cinofili che verranno fatti nell’anno nuovo. 

Tutto questo per dire… ci sono, eh! :D

Allevi%20Arena%20Verona

to me! ;)

Sono tornata dalle ferie e di nuovo (già) in ufficio… aggiornamenti nei prossimi giorni! Buon caldo a tutti!

lavoroSempre a proposito delle mie riflessioni di qualche giorno fa, Nicola mi ha linkato un post interessantissimo che mi ha un po’ rincuorato. Della serie I am not alone.

A parte qualche azienda veramente illuminata sotto questo punto di vista, è incredibile constatare, anche solo parlandone con i rispettivi dipendenti, come siano tante le aziende italiane che vogliono buttarsi nel mondo del web marketing senza però dare l’accesso ai propri dipendenti a questi strumenti.

Ma questa tesi non la riesce a digerire nessuno nelle Direzioni delle aziende?

In questi giorni devo consultare alcune normative per questioni di lavoro: su dieci documenti che ho scaricato fin’ora, tre erano scritti in Comic Sans.
… aiuto!

Mi sono resa conto in questi giorni che, passato il periodo scolastico e anche quello universitario, non mi rendo più conto di quando inizia l’estate.

Non ci sono più la fine delle lezioni e degli esami a marcare questo passaggio di stagione — quando finivo tutti i compiti nelle prime due settimane di vacanze in modo da avere tutta l’estate libera; o quando facevo tutti gli esami al primo appello della sessione estiva in modo da non avere niente ne in Luglio ne a Settembre.

Adesso che sono immersa nella vita dell’ufficio e tutti i giorni della settimana sono quasi uguali tra loro, non sono ancora riuscita a trovare un indicatore che mi permetta di dire «eccola, è iniziata l’estate».
Me ne sono resa conto stamattina, quando guardando il calendario mi sono accorta che siamo già alla fine di Giugno… e per il mio orologio biologico è come se fosse Maggio! :-/

[Lavorativamente parlando, mi sono appena scaricata e stampata la ricerca di OPA, un po' di food for throught per questi primi giorni della settimana]

lavoro Diciamo che lavoro in un’azienda retail molto grande.
E diciamo anche che, da sempre, è all’avanguardia rispetto ai suoi competitors per la comunicazione, le    promozioni, le iniziative che vengono intraprese dalla catena.

Diciamo anche che io sono stata presa (come ho scoperto recentemente) per portare questa innovazione anche nel mondo della comunicazione online, dove l’azienda era sempre stata presente con un sito-vetrina, ma a cui non venivano date particolari attenzioni.

Adesso è venuta a tutti la mania di questo web marketing, internet pr, social media marketing… insomma, nemmeno loro sanno cosa vogliono alla fine. E mi trovo a presentare dati Nielsen, rapporti, statistiche, studi su Facebook, Social Media, Twitter, Wikipedia a tutt’andare. Tutti contenti, tutti “lanciatissimi”: si si, questo marketing sul web va proprio fatto, è la nuova frontiera, assolutamente, va gestito.

E quando insisto nel dire che tutti gli impiegati, o almeno il Marketing (coinvolgere tutti avrebbe la stessa gravità di dare una coltellata all’Amministratore Delegato :P ) dovrebbero però impegnarsi ed essere direttamente coinvolti nel rispondere ai vari twitter, opinioni su vari siti, commenti e amicizie su Fb mi guardano come se avessi chiesto la luna. Beh, per questo c’è l’agenzia PR, no?! Non puoi mica pretendere che lo facciamo noi.

La strada è ancora lunga…

Leggendo il rapporto Nielsen [PDF] sulla felicità nel mondo, pubblicato a Dicembre 2008, si nota come la felicità dei cittadini di paesi diversi sia influenzata da alcuni fattori.

La vita sessuale, ad esempio, è importante per determinare la felicità in Austria, Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi, Hong Kong, Indonesia e Vietnam.

Per essere felici in Belgio, Danimarca, Francia e Svezia, e anche in Colombia, Venezuela, Lituania e Israele, invece, oltre a essere soddisfatti del proprio partner, è importante esserlo anche della propria vita sociale.

In Nuova Zelanda, Thailandia, Filippine, Belgio, Colombia e Venezuela sono importanti anche  l’ambiente e il livello di inquinamento locali, ma non altrettanto quelli a livello globale.

Sorprende invece notare come l’ineguaglianza, la pace, o il livello di corruzione siano inversamente proporzionali al livello di felicità dei cittadini. I consumatori nei paesi in via di sviluppo infatti hanno un livello di felicità più alto di quelli che vivono in paesi dove un certo standard di vita è garantito e dato per scontato, anche se devono confrontarsi più spesso con la corruzione, la povertà o l’ineguaglianza.

In generale poi, la felicità delle donne sembra essere meno influenzata dalle condizioni economiche, e più basata sulla relazione con amici, figli, colleghi o titolari. Quella degli uomini, invece, sembra dipendere di più dal livello finanziario, e dallo stato di salute, sia fisica che mentale.

A prescindere dal concetto stesso di livello di felicità, che essendo un’emozione per sua natura non dovrebbe essere misurabile (come se dovessimo misurare il livello di amore, o di odio, o di invidia)… quali sono i parametri che influenzano la vostra felicità? ;)

Traduco e riporto un interessante articolo di Verlyn Klinkenborg che ho trovato per caso oggi.
Diciamo che avendo appena frequentato un mini-corso di lettura ad alta voce mi sento molto fiera! ;)

«A volte il modo migliore per capire il presente è guardarlo dal punto di vista del passato. Pensate agli audio libri. Un numero enorme di americani oggi legge tramite l’ascolto – ascolto ad alta voce, come lo definisco io. I mezzi tecnologici per farlo sono diversi e diffusi, così come i luoghi in cui le persone ascoltano gli audio libri. Ma dalla prospettiva di un lettore, diciamo, dell’inizio del 19esimo secolo, circa dell’epoca di Jane Austen, in questo c’è qualcosa di strano, addirittura di triste.

In quei giorni, le famiglie e gli amici istruiti leggevano ad alta voce l’uno per l’altro come abitudine. I libri erano ancora abbastanza scarsi e costosi, e i comuni svaghi elettronici che noi diamo per scontati erano, ovviamente, inesistenti. A essere cresciuti ascoltando gli adulti leggere ad alta voce regolarmente, il pensiero di tutti questi individui solitari del 21esimo secolo che ascoltano dagli auricolari o dall’autoradio parrebbe quantomeno isolante. Sembra anche che questi sappiano solo ascoltare i libri, ma non leggerli ad alta voce.

È tutto parte di una tendenza. Invece di fare musica a casa, ascoltiamo le registrazioni di musicisti professionisti. Quando le persone parlano dei libri che hanno ascoltato, spesso parlano della qualità dei lettori, che sono di solito dei professionisti. Il modo in cui ascoltiamo i libri è stato de-socializzato, separato dal contesto, il che ha la sola virtù di essere estremamente conveniente.

Ma ascoltare ad alta voce, per quanto valoriale, non è la stessa cosa di leggere ad alta voce. Entrambe le attività richiedono una buona dose di attenzione. Entrambe sono buoni modi per imparare cose importanti riguardo ai ritmi della lingua. Ma una delle verifiche più basilari della comprensione è chiedere a qualcuno di leggere ad alta voce il brano di un libro. Questo rivela molto di più che non se il lettore capisca le parole. Rivela quanto dentro alle parole – e al loro insieme – il lettore sia capace di vedere.

Leggere ad alta voce riprende anche la fisicità delle parole. Leggere con i polmoni e il diaframma, con la lingua e le labbra, è molto diverso da leggere con gli occhi e basta. Il linguaggio diventa parte del corpo, e questo è il motivo per cui c’è sempre una curiosa dolcezza, quasi una qualità erotica, in quegli scenari letterari del 18esimo e 19esimo secolo nei quali viene letto un libro ad alta voce in compagnia. Le parole non sono solo semplici parole. Esse sono il respiro e la mente, forse addirittura l’anima, della persona che sta leggendo.

Nessuno l’ha capito meglio di Jane Austen. Uno degli ultimi colpi di scena in Mansfield Park avviene quando Henry Crawford prende un libro di Shakespeare, “che aveva l’aria di essere stato chiuso molto recentemente”, e inizia a leggere ad alta voce ai giovani Bertram e alla loro cugina, Fanny Price. Fanny trova che la lettura di Crawford sia “una dimensione di eccellenza oltre quanto ella avesse trovata in lui”. Ma la sua abilità di fare ogni parte “con uguale abilità” è un segno chiaro per noi, anche se non del tutto per Fanny, della sua superficialità.

Io leggo ad alta voce ai miei studenti, e quando i miei studenti leggono ad alta voce per me noto qualcosa di strano. Sono intelligenti e colti, e la maggior parte dei loro genitori hanno letto per loro quando erano bambini. Ma quando i miei studenti leggono ad alta voce per la prima volta, noto che non provano a leggere il significato delle parole. Se quello che leggono è il loro stesso lavoro, di solito provano a leggere l’intenzione dell’autore.

È come se loro stessero leggendo quello che le parole rappresentano invece delle parole stesse. Quello che viene perduto è la voce interiore della prosa, la vita della lingua. E questo è anche riflesso nella loro scrittura, all’inizio.

Solo in un ambito – la poesia – la lettura ad alta voce non è mai veramente morta. Prendete il nuovo libro di Robert Pisky, “Essential Pleasures: A new anthology of poems to read aloud” (Piaceri essenziali: una nuova antologia di poesie da leggere ad alta voce). Ma sospetto che non ci sia più ritorno. Sì può facilmente sostenere che leggere ad alta voce sia un prodotto economico, una conseguenza di una nuova prosperità iniziata con il 19esimo secolo e del prezzo basso dei libri. Lo stesso ragionamento si applica all’ascolto dei libri tramite iPhone. Ma quello che io suggerisco è che la nostra idea di lettura è incompleta, impoverita, se non ci prendiamo anche il tempo di leggere ad alta voce.»

Sam Anderson sostiene che:

People who frequently check their e-mail have been as less intelligent than people who are actually high on marijuana.

Che dire… :)

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Ma sono mille papaveri rossi...

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