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Sono le quattro di pomeriggio, la tradizionale ora della merenda di quando eravamo piccoli, di quando i compiti venivano interrotti per un sorso di latte, un pezzetto di ciambella o magari due biscotti — o, quando proprio andava bene e la mamma ci vedeva molto stanchi, un pezzettino di pane e quattro quadretti di cioccolata al latte.

Sono le quattro e faccio una pausa, perchè oggi la mia produttività è estremamente scarsa: sto scrivendo male e poco, mi distraggo e perdo il filo delle mie stesse parole.
Però ormai manca poco, si stringono i denti e si vede la fine! Sto riempiendo la mia relatrice di fogli di leggere e correggere, di domande sul titolo, di richieste di firme… tra circa un mese dovrò consegnare tutto in segreteria, i moduli, l’elaborato, il libretto. A dicembre, finalmente, la mia vita universitaria finirà. Vediamo cosa mi riserverà il dopo.
Intanto, di quello che ho fatto fino a qui sono contenta.

Il test simil-enigmistico di cui vi avevo parlato un paio di post ago l’ho passato, e la settimana scorsa (venerdì, per la precisione) sono andata a fare il colloquio con la selezione del personale della banca: il secondo dei tre step previsti nel loro iter selettivo.

Il colloquio in sè penso sia andato abbastanza bene, o almeno lo spero — non è stato niente di più se non parlare del CV, delle esperienze lavorative e scolastiche, degli interessi e hobby, e delle proprie inclinazioni personali o obiettivi professionali.
Il fatto è, questo colloquio mi ha dato modo di riflettere su quanto gli altri ti etichettino in base alla facoltà che hai fatto, senza neanche quasi badare alla persona che si trovano davanti, al di là del tavolo. Io ho fatto lo scientifico, e poi mi sono spostata su Scienze della Comunicazione, e poi su Lingue. Il passo fatto della selettrice in questo modo è stato breve: «andavi male in matematica, eh?!» con tanto di sguardo furbetto e sorriso di falsa complicità.
Nossignora: avevo 10 in matematica, io.

Chi frequenta facoltà umanistiche spesso viene etichettato, secondo me, come un “filosofo” un po’ sfigato, uno che pensa ai grandi sistemi del mondo, che non ha i piedi per terra, che contempla il cielo sopra di lui e poi scivola giù dal marciapiede, per intenderci.
Sinceramente, ma non in virtù del mio essere un umanista, non ne vedo proprio il motivo. Penso che l’università ormai, salvo alcune facoltà indubbiamente specializzanti, ti dia una formazione più che altro teorica, un allargamento culturale, che poi sta al singolo ampliare / integrare / arricchire / diversificare grazie alle proprie passioni / letture / frequentazioni / studi personali / interessi di vario tipo. La facoltà che scegliamo è una delle tante etichette che alla società piace attaccarci alla schiena, come un pesce d’aprile, ma che in verità spesso non rispecchiano la personalità e il carattere, o anche le naturali inclinazioni, della persona che riempie la maglietta a cui sta appiccicato il cartellino.

Che il film parla dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, in Toscana, del 12 agosto 1944, ormai lo sanno anche i sassi, complice la debacle tra Giorgio Bocca e Spike Lee.

Le vicende sono narrate dal punto di vista di quattro soldati afro-americani, che si ritrovano a vagare tra i monti toscani dopo essersi separati dal resto del loro Reggimento, e che quindi, in varie misure, entrano in contatto con gli abitanti del luogo. Train, uno dei soldati, porta due cose con sè: Angelo, un bambino soccorso dopo l’esplosione di una bomba; e la testa di una statua di marmo, che sostiene lo renda invisibile.
Le vicende di Sant’Anna sono narrate in retrospettiva, grazie all’incontro con un gruppo di partigiani e un soldato tedesco che vi sono stati coinvolti in vario modo (non vi racconto il film, ecco) e allo stesso bambino, il solo superstite dell’eccidio.

Tutto questo per dire che a me il film è piaciuto molto, magari è un po’ crudo e sanguinoso, ma si tratta pur sempre di un film di guerra, per così dire. E non mi è sembrato assolutamente un’offesa o una mancanza di rispetto o di rigore storico nei confronti dei partigiani italiani, come era stato affermato nei giorni precedenti all’uscita del film da molti quotidiani e giornalisti del nostro paese. E tutto questo perchè viene accusato della responsabilità della strage un partigiano traditore. E noi italiani ovviamente facciamo sempre i permalosi.
Ma fin dall’inizio una didascalia informa gli spettatori che le vicende sullo schermo sono ispirate ai fatti realmente accaduti – e non ne sono quindi, e non aspirano nemmeno a essere, una rappresentazione fedele e storica. Insomma, un film è pur sempre un film, una finzione. Personalmente, non vedo il senso del dibattito che è stato messo in scena nei giorni scorsi: sarebbe come accusare George Romero di aver detto che gli zombie esistono davvero.

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