Che il film parla dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, in Toscana, del 12 agosto 1944, ormai lo sanno anche i sassi, complice la debacle tra Giorgio Bocca e Spike Lee.

Le vicende sono narrate dal punto di vista di quattro soldati afro-americani, che si ritrovano a vagare tra i monti toscani dopo essersi separati dal resto del loro Reggimento, e che quindi, in varie misure, entrano in contatto con gli abitanti del luogo. Train, uno dei soldati, porta due cose con sè: Angelo, un bambino soccorso dopo l’esplosione di una bomba; e la testa di una statua di marmo, che sostiene lo renda invisibile.
Le vicende di Sant’Anna sono narrate in retrospettiva, grazie all’incontro con un gruppo di partigiani e un soldato tedesco che vi sono stati coinvolti in vario modo (non vi racconto il film, ecco) e allo stesso bambino, il solo superstite dell’eccidio.

Tutto questo per dire che a me il film è piaciuto molto, magari è un po’ crudo e sanguinoso, ma si tratta pur sempre di un film di guerra, per così dire. E non mi è sembrato assolutamente un’offesa o una mancanza di rispetto o di rigore storico nei confronti dei partigiani italiani, come era stato affermato nei giorni precedenti all’uscita del film da molti quotidiani e giornalisti del nostro paese. E tutto questo perchè viene accusato della responsabilità della strage un partigiano traditore. E noi italiani ovviamente facciamo sempre i permalosi.
Ma fin dall’inizio una didascalia informa gli spettatori che le vicende sullo schermo sono ispirate ai fatti realmente accaduti – e non ne sono quindi, e non aspirano nemmeno a essere, una rappresentazione fedele e storica. Insomma, un film è pur sempre un film, una finzione. Personalmente, non vedo il senso del dibattito che è stato messo in scena nei giorni scorsi: sarebbe come accusare George Romero di aver detto che gli zombie esistono davvero.

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