Il test simil-enigmistico di cui vi avevo parlato un paio di post ago l’ho passato, e la settimana scorsa (venerdì, per la precisione) sono andata a fare il colloquio con la selezione del personale della banca: il secondo dei tre step previsti nel loro iter selettivo.

Il colloquio in sè penso sia andato abbastanza bene, o almeno lo spero — non è stato niente di più se non parlare del CV, delle esperienze lavorative e scolastiche, degli interessi e hobby, e delle proprie inclinazioni personali o obiettivi professionali.
Il fatto è, questo colloquio mi ha dato modo di riflettere su quanto gli altri ti etichettino in base alla facoltà che hai fatto, senza neanche quasi badare alla persona che si trovano davanti, al di là del tavolo. Io ho fatto lo scientifico, e poi mi sono spostata su Scienze della Comunicazione, e poi su Lingue. Il passo fatto della selettrice in questo modo è stato breve: «andavi male in matematica, eh?!» con tanto di sguardo furbetto e sorriso di falsa complicità.
Nossignora: avevo 10 in matematica, io.

Chi frequenta facoltà umanistiche spesso viene etichettato, secondo me, come un “filosofo” un po’ sfigato, uno che pensa ai grandi sistemi del mondo, che non ha i piedi per terra, che contempla il cielo sopra di lui e poi scivola giù dal marciapiede, per intenderci.
Sinceramente, ma non in virtù del mio essere un umanista, non ne vedo proprio il motivo. Penso che l’università ormai, salvo alcune facoltà indubbiamente specializzanti, ti dia una formazione più che altro teorica, un allargamento culturale, che poi sta al singolo ampliare / integrare / arricchire / diversificare grazie alle proprie passioni / letture / frequentazioni / studi personali / interessi di vario tipo. La facoltà che scegliamo è una delle tante etichette che alla società piace attaccarci alla schiena, come un pesce d’aprile, ma che in verità spesso non rispecchiano la personalità e il carattere, o anche le naturali inclinazioni, della persona che riempie la maglietta a cui sta appiccicato il cartellino.

Annunci