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Traduco e riporto un interessante articolo di Verlyn Klinkenborg che ho trovato per caso oggi.
Diciamo che avendo appena frequentato un mini-corso di lettura ad alta voce mi sento molto fiera! 😉

«A volte il modo migliore per capire il presente è guardarlo dal punto di vista del passato. Pensate agli audio libri. Un numero enorme di americani oggi legge tramite l’ascolto – ascolto ad alta voce, come lo definisco io. I mezzi tecnologici per farlo sono diversi e diffusi, così come i luoghi in cui le persone ascoltano gli audio libri. Ma dalla prospettiva di un lettore, diciamo, dell’inizio del 19esimo secolo, circa dell’epoca di Jane Austen, in questo c’è qualcosa di strano, addirittura di triste.

In quei giorni, le famiglie e gli amici istruiti leggevano ad alta voce l’uno per l’altro come abitudine. I libri erano ancora abbastanza scarsi e costosi, e i comuni svaghi elettronici che noi diamo per scontati erano, ovviamente, inesistenti. A essere cresciuti ascoltando gli adulti leggere ad alta voce regolarmente, il pensiero di tutti questi individui solitari del 21esimo secolo che ascoltano dagli auricolari o dall’autoradio parrebbe quantomeno isolante. Sembra anche che questi sappiano solo ascoltare i libri, ma non leggerli ad alta voce.

È tutto parte di una tendenza. Invece di fare musica a casa, ascoltiamo le registrazioni di musicisti professionisti. Quando le persone parlano dei libri che hanno ascoltato, spesso parlano della qualità dei lettori, che sono di solito dei professionisti. Il modo in cui ascoltiamo i libri è stato de-socializzato, separato dal contesto, il che ha la sola virtù di essere estremamente conveniente.

Ma ascoltare ad alta voce, per quanto valoriale, non è la stessa cosa di leggere ad alta voce. Entrambe le attività richiedono una buona dose di attenzione. Entrambe sono buoni modi per imparare cose importanti riguardo ai ritmi della lingua. Ma una delle verifiche più basilari della comprensione è chiedere a qualcuno di leggere ad alta voce il brano di un libro. Questo rivela molto di più che non se il lettore capisca le parole. Rivela quanto dentro alle parole – e al loro insieme – il lettore sia capace di vedere.

Leggere ad alta voce riprende anche la fisicità delle parole. Leggere con i polmoni e il diaframma, con la lingua e le labbra, è molto diverso da leggere con gli occhi e basta. Il linguaggio diventa parte del corpo, e questo è il motivo per cui c’è sempre una curiosa dolcezza, quasi una qualità erotica, in quegli scenari letterari del 18esimo e 19esimo secolo nei quali viene letto un libro ad alta voce in compagnia. Le parole non sono solo semplici parole. Esse sono il respiro e la mente, forse addirittura l’anima, della persona che sta leggendo.

Nessuno l’ha capito meglio di Jane Austen. Uno degli ultimi colpi di scena in Mansfield Park avviene quando Henry Crawford prende un libro di Shakespeare, “che aveva l’aria di essere stato chiuso molto recentemente”, e inizia a leggere ad alta voce ai giovani Bertram e alla loro cugina, Fanny Price. Fanny trova che la lettura di Crawford sia “una dimensione di eccellenza oltre quanto ella avesse trovata in lui”. Ma la sua abilità di fare ogni parte “con uguale abilità” è un segno chiaro per noi, anche se non del tutto per Fanny, della sua superficialità.

Io leggo ad alta voce ai miei studenti, e quando i miei studenti leggono ad alta voce per me noto qualcosa di strano. Sono intelligenti e colti, e la maggior parte dei loro genitori hanno letto per loro quando erano bambini. Ma quando i miei studenti leggono ad alta voce per la prima volta, noto che non provano a leggere il significato delle parole. Se quello che leggono è il loro stesso lavoro, di solito provano a leggere l’intenzione dell’autore.

È come se loro stessero leggendo quello che le parole rappresentano invece delle parole stesse. Quello che viene perduto è la voce interiore della prosa, la vita della lingua. E questo è anche riflesso nella loro scrittura, all’inizio.

Solo in un ambito – la poesia – la lettura ad alta voce non è mai veramente morta. Prendete il nuovo libro di Robert Pisky, “Essential Pleasures: A new anthology of poems to read aloud” (Piaceri essenziali: una nuova antologia di poesie da leggere ad alta voce). Ma sospetto che non ci sia più ritorno. Sì può facilmente sostenere che leggere ad alta voce sia un prodotto economico, una conseguenza di una nuova prosperità iniziata con il 19esimo secolo e del prezzo basso dei libri. Lo stesso ragionamento si applica all’ascolto dei libri tramite iPhone. Ma quello che io suggerisco è che la nostra idea di lettura è incompleta, impoverita, se non ci prendiamo anche il tempo di leggere ad alta voce.»

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Sam Anderson sostiene che:

People who frequently check their e-mail have been as less intelligent than people who are actually high on marijuana.

Che dire… 🙂

lavoroIn questo suo articolo, Craig Harrison divide i partecipanti a meeting aziendali o gruppi di lavoro in 10 categorie. E a pensarci bene è davvero così. Ne riconoscete qualcuno? 😉

Il monopolizzatore: è quello che pensa di essere il solo depositario di saggezza e argomenti. Crede che tutti gli altri siano lì per sentirlo parlare, ed è quello che fa: incessantemente. È quello che blatera costantemente, pensando di essere l’unico ad avere qualcosa di interessante da dire. 
 
Il tangentista: è quello che dirotta gli argomenti dell’incontro portando la discussione lungo infinite tangenti. Un momento prima si stava parlando degli argomenti in agenza, e quello dopo il gruppo è disperso in un campo disseminato di argomenti del tutto inappropriati.
 
L’avvocato del diavolo: ce n’è uno in ogni gruppo, di lavoro e non. È quello che sembra gioire dell’essere il bastian contrario, e difende sempre la posizione opposta, qualunque sia l’argomento discusso. Non solo: più la posizione è impopolare, meglio è. Il suo motto è «dire sempre di no», e viene applicato a qualsiasi incontro, a qualsiasi discussione, a qualsiasi argomento.
 
Il cinico: è quello che sembra avere un master in Pensiero Negativo. È drogato di parole come: non si può fare, non funzionerà, non lo compreranno mai.
 
L’indeciso: la sua è una paralisi per definizione. È combattuto tra vari punti di vista, e incapace di premere il grilletto quando c’è bisogno di prendere una decisione in un incontro. È quello che, con la sua ambivalenza, fomenta l’avvocato del diavolo e il cinico.
 
Il lecchino: con molta probabilità, ce n’è uno in ogni meeting. È quello che è così ossequioso che è disposto a fare di tutto per ingraziarsi il capo, il leader del meeting, o chiunque detenga il potere, anche momentaneamente. Ed è così impegnato a farlo che è pronto a sottomettere qualsiasi sua opinione per “leccare”.

La serpe: è quello che sembra obbligato a toccare argomenti che sono “caldi” i spinosi per altri partecipanti all’incontro. Queste persone portano il meeting verso argomenti che sicuramente faranno saltare i nervi a qualcuno, o provocheranno frustrazioni, litigi e risentimento. Discussioni su stipendi, abitudini personali, promozioni, o addirittura questioni già risolte che vengono rivangate sono il suo pane quotidiano. Insomma, è quello che apre il vaso di Pandora.
 
L’attaccante: da bambino era il bullo del gruppo. Unisce la negatività con gli attacchi personali, opponendosi con estremo vigore alle idee degli altrei. Unisce dibattito a offese personali, senza riguardo e senza evitare di offendere gli altri partecipanti.

Il pagliaccio: è quello che la butta sempre sul ridere, ma bisogna non farsi ingannare. Con i loro scherzi continui, diminuiscono anche la serietà nelle idee e i suggerimenti degli altri.
 
I robot: non un partecipante solo, ma tanti: cellulari, blackberry, portatili. Distraggono costantemente i loro proprietari, al punto che ormai sono diventati naturali estensioni delle mani di questi.

lavoroChe dell’inglese ormai si abusi in molti ambiti della vita quotidiana, e soprattutto di quella lavorativa – beh, quello lo sanno tutti.

Quando però la responsabile di un’agenzia mi dice: «Dovresti fare un documento in cui elenchi le tue suggestioni» per dire suggestions per dire consigli… ecco, lì mi è veramente salito il sangue agli occhi.

Siamo in Emilia-Romagna, ma lo scenario che si vede dai finestrini dell’auto è un misto tra le colline toscane e i verdi prati irlandesi. Tondo, morbido, luminoso: tante gobbe dolci, che ti invogliano a correrci, in mezzo a quei prati, con le mani basse che sfiorano i fiori gialli cosparsi dappertutto. È la pianura tra Parma e Piacenza, nella quale, a pochi chilometri l’uno dall’altro, sono disseminati castelli, fortezze, abbazie, chiese, rovine e borghi medievali.

Durante il lungo weekend pasquale ci siamo concessi una breve pausa in mezzo a queste vicine colline, e di cose ne abbiamo visitate, di varie e bellissime. Queste le migliori:

Pasqua

Abbazia di Chiaravalle della Colomba – una delle abbazie cistercensi più belle d’Italia, magnifica dentro e fuori, nel bellissimo chiostro popolato di ulivi. Assolutamente da rivedere nel periodo del Corpus Domini, quando la navata centrale viene ricoperta dall’infiorata.

Castell’Arquato – un borgo medioevale dove pare davvero che il tempo si sia fermato, dove ogni casa in sasso è curata, dalle tendine alle finestre ai vasi di fiori accanto alla porta, dove ogni sasso nasconde una conchiglia fossilizzata (qui nei dintorni hanno pure trovato lo scheletro di una balena: nella preistoria c’era il mare) e ogni vicolo uno scorcio sublime.

Vigoleno – come la prua di una nave, questo borgo fortificato si slancia verso la pianura sottostante. Molto più piccolo di Castell’Arquato, è anch’esso estremamente curato in ogni dettaglio, e anche il castello, molto semplice, vale la visita (poi, per 3,50 EUR, non si può dire di no).

Bardi – lasciata per ultima, ma non certo per importanza, la fortezza di Bardi è costruita sopra un enorme sperone di diaspro rosso, che domina tutta la vallata padana, da ogni lato. Il castello è davvero enorme, visitabile quasi ovunque (EUR 5,50 con visita guidata inclusa): dalla ghiacciaia alle cucine, dalla torre alla piazza d’armi, dove si dica si aggiri un fantasma, la cui presenza è stata anche documentata in vari modi. Davvero bellissimo (il castello, non il fantasma, eh!).

Chi voglio sia presente al mio funerale, e cosa voglio che venga detto di me?

Non sto pianificando le cose con largo anticipo, il che, comunque, rispecchierebbe la mia personalità, ma devo “semplicemente” capire cosa voglio fare, dove voglio arrivare e a quale livello di carriera ambisco, per poi indirizzare, insieme al mio capo, la mia formazione e il mio percorso.

Perché, secondo lui (il mio capo) è fino ai 30 anni che c’è tempo per impostare la propria direzione di crescita professionale, che poi si può cambiare, sì, ma solo abbassandola. Quindi devo capire, rispondendo tra le altre cose alle domande di cui sopra, con quale angolazione voglio salire. Mica facile, eh?!

Ebbene si, chi guarda la mia libreria online magari se ne sarà già accorto, ma ve ne do la conferma: ho letto Twilight. E mica solo il primo libro, Twilight appunto, ma tutta la serie: Twilight, New Moon, Eclipse e Breaking Dawn. E anche la bozza di Midnight Sun (di cui vorrei parlare più approfonditamente in seguito). E ho visto pure il film.

Sono improvvisamente retrocessa di dieci anni d’età? No, ero semplicemente curiosa di questo nuovo fenomeno praticamente mondiale. Dopo averne sentito parlare, osannare, glorificare, magnificare da amiche un po’ ovunque, ho pensato che ne volevo fare esperienza di prima mano. Quindi mi sono fatta prestare i libri, e sono entrata nel mondo di Edward e Bella da metà gennaio, circa.

Dunque, i libri mi sono molto piaciuti, tutti e quattro. Lo stile di Stephenie Meyer è veramente coinvolgente, e ogni capitolo ti lascia quel non-so-che di sospeso che ti rende impossibile smettere di leggere: non riesci a chiudere il libro, vuoi sempre vedere cosa succede dopo. E si capisce bene perché questi libri hanno fatto tanto “presa” tra le adolescenti di mezzo mondo (o forse anche di tutto): la ragazza un po’ sfigata, goffa e non eccessivamente bella che si ritrova innamorata e ricambiata del ben tenebroso, che non solo ha qualche segreto fascinoso da nascondere, ma che è romantico e dolce più di una caramella. Un ragazzo d’altri tempi (letteralmente, visto che è fermo “vampirizzato” a 17 anni, ma è al mondo da più di cento) la cui unica e sola aspirazione è quella di rendere felice Bella, appunto, e di sposarla. E quale ragazza/ragazzina/donna/signora non si scioglie davanti a uno così, anche se solo in un romanzo?! È inevitabile! 🙂

Se tutto questo poi lo condisci con un po’ di suspance, qualche nemico che ti vuole uccidere, un migliore amico che anche lui tanto umano non è… si capisce velocemente la ragione del successo della saga.

Non contenta, poi, a letture ultimate, mi sono anche guardata il film. Che però, come tutti i film dei quali conosco anche il libro che li ha ispirati, è stato abbastanza una delusione. Il libro, manco a dirlo, è molto più ricco, coinvolgente e particolareggiato. Peccato, ma penso che se avessi visto prima il film del libro, mi sarebbe anche piaciuto, perché non avrei avuto un termine di paragone così “pressante”. Vedremo come sarà il secondo, di film 😉

Ma secondo voi, quanto incide la reale “capacità” dei candidati, nel processo di selezione del personale da parte delle aziende? Nel senso, è più importante trovarsi nel punto giusto al momento giusto, oppure avere studiato e avere un curriculum pieno zeppo di competenze, corsi, master?

In teoria, la componente a influire di più sul processo di selezione dovrebbe essere la seconda, cioè la reale (o presunta) adeguatezza del candidato alla selezione, sotto il profilo degli studi e delle esperienze compiute e riportate nel cv.

Ma ci sono persone laureate con lode che non hanno ancora trovato un lavoro dopo anni, e si barcamenano tra tirocini (quando va bene), giornate come hostess o promoter e lavoretti di “bassa manovalanza” per cercare di tirare su qualche soldino. In questi casi, dare la colpa alla crisi è sufficiente a calmare gli animi dei tanti laureati e laureandi a spasso per l’Italia? E sicuramente queste persone senza lavoro non sono figli di papà, che aspettano sdraiati sul divano che qualcuno li chiami a lavorare – si danno da fare, mandano cv, forse fanno anche dei colloqui.

E a questo si aggiunge ad esempio il fatto che a me stessa è stato consigliato, durante un colloquio in passato, di togliere un po’ di informazioni dal curriculum, «perché sennò signorina uno vede tutte queste cose e pensa ‘ma questa quanto la devo pagare?’ e viene scartata».

Sono cose che fanno davvero cadere le braccia. E allora uno cos’ha studiato tanto a fare?

coffeeÈ tempo di riforma della scuola anche nel Regno Unito, e oggi il Guardian presenta una panoramica dei principi su cui Sir Jim Rose sta costruendo il nuovo curriculum per la primary school inglese.

Alla fine della primary school secondo il nuovo percorso di studi i bambini dovranno:

– aver familiarizzato con Twitter, Wikipedia, i blog e i podcast come elementi di comunicazione e fonti di informazione. Dovranno saper scrivere bene sia a mano che con a computer, saper fare lo spelling ma anche saper usare il correttore grammaticale;

– essere in grado di saper collocare in una cronologia gli eventi storici. Non avranno l’obbligo di studiare l’Inghilterra Vittoriana o la Seconda Guerra Mondiale, che saranno trattati nella secondary school;

– comprendere i meccanismi dello sviluppo fisico, della salute e del vivere sano, visti i problemi diffusi riguardo alla dieta, alla salute e all’attività fisica nei giovani;

– sapere come comportarsi in caso di bullismo, peer pressure, e saper negoziare e costruire le loro relazioni interpersonali.

Che ne pensano i pochi ma buoni lettori di questo blog? A me piace l’idea che ci sia in progetto una scuola meno nozionistica e più relazionale, e che sembra concentrarsi sul presente dei bambini che la frequentano. Succedesse in Italia, avrei poca, pochissima fiducia sulla sua effettiva realizzazione – ma l’efficienza degli inglesi mi fa ben sperare, in questo caso.

tvNelle scorse due settimane abbiamo visto ben tre film (benedetto abbonamento): ecco le nostre recensioni.

Sette Anime: Bello, bello, bello. Triste, triste, triste. Intenso, appassionato, coinvolgente, ma anche altrettando strappa cuore (strappa lacrime in questo caso sarebbe troppo poco): all’accensione delle luci in sala era tutto un tripudio di fazzolettini, soffiate di naso, e rimmel delle signore che colava dappertutto. Bravissimi anche gli attori, Will Smith e Rosario Dawson — personalmente, siamo rimasti piacevolmente colpiti dal fatto che, a contrario di quanto accadeva in Io sono Leggenda, in questo film Smith non fa troppo lo “sborone” per mettere in mostra il fisico. Assolutamente imperdibile.

Australia: un Via col Vento versione redux, sia per la durata (2h 45′), sia per le tematiche trattate: una storiona d’amore forte, interculturale, in un territorio “diverso” e inospitale, con la guerra sullo sfondo, e l’impenetrabilità della cultura aborigena di contorno. Molto bello anche questo film, le quasi tre ore non si sentono nemmeno (tranne qualche rigidità articolare al momento di rialzarsi dalla poltrona) ed è anche molto coinvolgente. Sicuramente le ragazze inclini al romanticismo apprezzeranno! 🙂 Peccato solo che le tematiche legate alla cultura aborigena, come le tanto citate “vie dei canti”, siano solo accennate e non approfondite: ma d’altronde, non era questo il compito del film, credo. Degno di nota anche un Hugh Jackman straordinariamente “gonfio” per chi se lo ricorda in The Prestige, ma che porta molto bene i suoi 45 anni!

Yes, Man: dopo due filmoni così, una commedia ci stava, eh! 😀 Anche se invecchiata, la faccia di gomma di Jim Carrey è capace di risollevare qualsiasi film, e così una commedietta da due risatine diventa un bel film comico svuota pensieri, adatto a una domenica pomeriggio senza pretese. Molto carino anche questo, due risate si fanno sempre volentieri!

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