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lavoroSempre a proposito delle mie riflessioni di qualche giorno fa, Nicola mi ha linkato un post interessantissimo che mi ha un po’ rincuorato. Della serie I am not alone.

A parte qualche azienda veramente illuminata sotto questo punto di vista, è incredibile constatare, anche solo parlandone con i rispettivi dipendenti, come siano tante le aziende italiane che vogliono buttarsi nel mondo del web marketing senza però dare l’accesso ai propri dipendenti a questi strumenti.

Ma questa tesi non la riesce a digerire nessuno nelle Direzioni delle aziende?

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lavoro Diciamo che lavoro in un’azienda retail molto grande.
E diciamo anche che, da sempre, è all’avanguardia rispetto ai suoi competitors per la comunicazione, le    promozioni, le iniziative che vengono intraprese dalla catena.

Diciamo anche che io sono stata presa (come ho scoperto recentemente) per portare questa innovazione anche nel mondo della comunicazione online, dove l’azienda era sempre stata presente con un sito-vetrina, ma a cui non venivano date particolari attenzioni.

Adesso è venuta a tutti la mania di questo web marketing, internet pr, social media marketing… insomma, nemmeno loro sanno cosa vogliono alla fine. E mi trovo a presentare dati Nielsen, rapporti, statistiche, studi su Facebook, Social Media, Twitter, Wikipedia a tutt’andare. Tutti contenti, tutti “lanciatissimi”: si si, questo marketing sul web va proprio fatto, è la nuova frontiera, assolutamente, va gestito.

E quando insisto nel dire che tutti gli impiegati, o almeno il Marketing (coinvolgere tutti avrebbe la stessa gravità di dare una coltellata all’Amministratore Delegato :P) dovrebbero però impegnarsi ed essere direttamente coinvolti nel rispondere ai vari twitter, opinioni su vari siti, commenti e amicizie su Fb mi guardano come se avessi chiesto la luna. Beh, per questo c’è l’agenzia PR, no?! Non puoi mica pretendere che lo facciamo noi.

La strada è ancora lunga…

lavoroIn questo suo articolo, Craig Harrison divide i partecipanti a meeting aziendali o gruppi di lavoro in 10 categorie. E a pensarci bene è davvero così. Ne riconoscete qualcuno? 😉

Il monopolizzatore: è quello che pensa di essere il solo depositario di saggezza e argomenti. Crede che tutti gli altri siano lì per sentirlo parlare, ed è quello che fa: incessantemente. È quello che blatera costantemente, pensando di essere l’unico ad avere qualcosa di interessante da dire. 
 
Il tangentista: è quello che dirotta gli argomenti dell’incontro portando la discussione lungo infinite tangenti. Un momento prima si stava parlando degli argomenti in agenza, e quello dopo il gruppo è disperso in un campo disseminato di argomenti del tutto inappropriati.
 
L’avvocato del diavolo: ce n’è uno in ogni gruppo, di lavoro e non. È quello che sembra gioire dell’essere il bastian contrario, e difende sempre la posizione opposta, qualunque sia l’argomento discusso. Non solo: più la posizione è impopolare, meglio è. Il suo motto è «dire sempre di no», e viene applicato a qualsiasi incontro, a qualsiasi discussione, a qualsiasi argomento.
 
Il cinico: è quello che sembra avere un master in Pensiero Negativo. È drogato di parole come: non si può fare, non funzionerà, non lo compreranno mai.
 
L’indeciso: la sua è una paralisi per definizione. È combattuto tra vari punti di vista, e incapace di premere il grilletto quando c’è bisogno di prendere una decisione in un incontro. È quello che, con la sua ambivalenza, fomenta l’avvocato del diavolo e il cinico.
 
Il lecchino: con molta probabilità, ce n’è uno in ogni meeting. È quello che è così ossequioso che è disposto a fare di tutto per ingraziarsi il capo, il leader del meeting, o chiunque detenga il potere, anche momentaneamente. Ed è così impegnato a farlo che è pronto a sottomettere qualsiasi sua opinione per “leccare”.

La serpe: è quello che sembra obbligato a toccare argomenti che sono “caldi” i spinosi per altri partecipanti all’incontro. Queste persone portano il meeting verso argomenti che sicuramente faranno saltare i nervi a qualcuno, o provocheranno frustrazioni, litigi e risentimento. Discussioni su stipendi, abitudini personali, promozioni, o addirittura questioni già risolte che vengono rivangate sono il suo pane quotidiano. Insomma, è quello che apre il vaso di Pandora.
 
L’attaccante: da bambino era il bullo del gruppo. Unisce la negatività con gli attacchi personali, opponendosi con estremo vigore alle idee degli altrei. Unisce dibattito a offese personali, senza riguardo e senza evitare di offendere gli altri partecipanti.

Il pagliaccio: è quello che la butta sempre sul ridere, ma bisogna non farsi ingannare. Con i loro scherzi continui, diminuiscono anche la serietà nelle idee e i suggerimenti degli altri.
 
I robot: non un partecipante solo, ma tanti: cellulari, blackberry, portatili. Distraggono costantemente i loro proprietari, al punto che ormai sono diventati naturali estensioni delle mani di questi.

lavoroChe dell’inglese ormai si abusi in molti ambiti della vita quotidiana, e soprattutto di quella lavorativa – beh, quello lo sanno tutti.

Quando però la responsabile di un’agenzia mi dice: «Dovresti fare un documento in cui elenchi le tue suggestioni» per dire suggestions per dire consigli… ecco, lì mi è veramente salito il sangue agli occhi.

lavoroInnanzitutto sono viva – e poi mi sono laureata, ormai tre settimane fa, e ho preso pure la lode! È stata una grandissima soddisfazione, anche visto tutto il tempo e l’impegno che avevo messo nelle sudatissime carte della tesi. 🙂

Il lunedì successivo alla mia laurea, dopo un weekend di relax sull’Appennino Modenese, ho cominciato a lavorare – o meglio, a tirocinare, nell’ufficio marketing di un’azienda abbastanza grande nel campo del retail. Mi trovo bene, sono contenta e penso di poter imparare molto, visto che il mio manager è uno con le contro-balle e sicuramente anche un grande formatore.

Mi sono stati affidati ben due progetti da seguire: (a) curare il rifacimento del sito web aziendale, e (b) trovare una nuova selling line.

(a) Adesso siamo ancora in una fase iniziale, sto aspettando dei preventivi da alcune web agencies “prescelte” e poi la prossima settimana le incontreremo una per una per parlarne. Il mio lavoro sarà principalmente quello di lavorare insieme a web agency (a quella che sarà eletta) e alla nostra agenzia di comunicazione per poi lanciare il sito ultimato fra 2 mesi. I soldi non ci sono, il tempo neanche… sarò il mastino che tiene a tutti il fiato sul collo, insomma!!!

(b) Qui si tratta di lavorare di fantasia. Devo raccogliere altre selling line di altri retailer, vedere come sono, cosa dicono, come si costruiscono, e poi inventarmene un po’ e proporle al Management. Speriamo che mi venga l’illuminazione!

L’ambiente aziendale, nonostante la tensione e lo stress costanti, è abbastanza giovane e amichevole, ci si dà tranquillamente del tu, e il mercato in cui lavoriamo mi sembra molto interessante. Vedremo, insomma!

lavoroLunedì ho fatto la seconda lezione di Inglese nell’azienda del post-precedente: tutto regolare, solo che è stata più noiosa della prima, visto che abbiamo fatto esercizi di grammatica per “fissare” i concetti di cui avevamo parlato, e per fare emergere nuove “magagne”! 🙂

Ovviamente la grammatica cuoce un po’ di più rispetto a fare conversazione, però ci vuole, insomma, soprattutto a questi livelli intermediate — anche se io sono contraria agli esercizi schematici di grammatica, mi tocca farli fare, ogni tanto…

Nel frattempo, la tesi è praticamente finita. Dico praticamente, e lo dico sempre a bassa voce, perchè la mia relatrice è in possesso della versione “definitiva” proprio in questi giorni, il che vuol dire che ci sarà sicuramente qualcosa da modificare prima che la versione diventi definitiva senza le virgolette intorno!
Il limite per la consegna dell’elaborato in segreteria è il 5 febbraio, con la prof ci rivedremo il 2… insomma, prevedo un paio di giornate di fuoco alla rincorsa degli ultimi miglioramenti!

lavoroPer conto dell’agenzia di traduzioni/interpretariato con la quale ogni tanto collaboro come free-lance, ieri ho tenuto la mia prima lezione di Inglese in un contesto per me nuovissimo: quello aziendale.
Le persone a cui insegno io sono i due proprietari di questa azienda, che si occupa (in senso lato) di turismo, e che vogliono migliorare la loro fluency in modo da poter comunicare in modo corretto con i loro clienti stranieri, che sono la maggior parte.

Il mio compito è quello di finire un corso che era già stato avviato precedentemente, sempre dalla stessa agenzia, ma con un’altra insegnante che non aveva soddisfatto l’azienda, visto il suo approccio tradizionalista e “noioso”. Mi trovo insomma, davanti a due persone che hanno sempre fatto corsi con insegnanti madrelingua inglesi di una certa età, e che vogliono avere ‘na botta de vita! 🙂

La cosa che mi ha lasciato, per dirla con gentilezza, abbastanza allibita è stata il fatto che, dopo 30 ore di corso con quest’altra insegnante di cui io ho preso il posto, queste due persone non sapevano perchè la tabella dei paradigmi dei verbi irregolari è costituta da tre colonne, e a che cosa “servono” queste tre colonne! Allucinante a dir poco, insomma!

Il loro vocabolario è abbastanza buono, anche perchè il lessico è quello che usano nelle loro interazioni quotidiane, e sono abbastanza fluent già di loro. Il problema è che, nonostante questa discreta autonomia di conversazione, sbagliano sempre i tempi verbali perchè non sanno proprio qual è la logica che sta dietro ad ognuno di essi. Della serie, che differenza c’è tra simple past e present perfect?

La lezione è andata bene, e anche se tra fare lezione a un bimbo di 11 anni e farla a un imprenditore di 45 c’è una bella differenza, mi sono resa conto che i meccanismi di apprendimento (associare le parole tra loro perchè fanno rima, pensare a una filastrocca, piuttosto che altri escamotages del genere) sono poi sempre gli stessi, e che l’espressione di soddisfazione che compare sul volto dell’allievo di turno quando capisce quello che gli spieghi… anche quella è sempre uguale, nonostante la differenza d’età!
Una bella soddisfazione, insomma. Io mi sono divertita, e anche loro, e ci rivedremo lunedì prossimo. Nella speranza che dopo queste 10 ore il corso prosegua per altre 40!

Il test simil-enigmistico di cui vi avevo parlato un paio di post ago l’ho passato, e la settimana scorsa (venerdì, per la precisione) sono andata a fare il colloquio con la selezione del personale della banca: il secondo dei tre step previsti nel loro iter selettivo.

Il colloquio in sè penso sia andato abbastanza bene, o almeno lo spero — non è stato niente di più se non parlare del CV, delle esperienze lavorative e scolastiche, degli interessi e hobby, e delle proprie inclinazioni personali o obiettivi professionali.
Il fatto è, questo colloquio mi ha dato modo di riflettere su quanto gli altri ti etichettino in base alla facoltà che hai fatto, senza neanche quasi badare alla persona che si trovano davanti, al di là del tavolo. Io ho fatto lo scientifico, e poi mi sono spostata su Scienze della Comunicazione, e poi su Lingue. Il passo fatto della selettrice in questo modo è stato breve: «andavi male in matematica, eh?!» con tanto di sguardo furbetto e sorriso di falsa complicità.
Nossignora: avevo 10 in matematica, io.

Chi frequenta facoltà umanistiche spesso viene etichettato, secondo me, come un “filosofo” un po’ sfigato, uno che pensa ai grandi sistemi del mondo, che non ha i piedi per terra, che contempla il cielo sopra di lui e poi scivola giù dal marciapiede, per intenderci.
Sinceramente, ma non in virtù del mio essere un umanista, non ne vedo proprio il motivo. Penso che l’università ormai, salvo alcune facoltà indubbiamente specializzanti, ti dia una formazione più che altro teorica, un allargamento culturale, che poi sta al singolo ampliare / integrare / arricchire / diversificare grazie alle proprie passioni / letture / frequentazioni / studi personali / interessi di vario tipo. La facoltà che scegliamo è una delle tante etichette che alla società piace attaccarci alla schiena, come un pesce d’aprile, ma che in verità spesso non rispecchiano la personalità e il carattere, o anche le naturali inclinazioni, della persona che riempie la maglietta a cui sta appiccicato il cartellino.

Stamattina ho passato tre ore in una sala riunioni in centro a Bologna, per sostenere le prove di pre-selezione per un grosso gruppo bancario italiano. Una cosa che è stata un po’ un misto tra i test di personalità (e quelli ci sono sempre), gli esercizi delle Olimpiadi di Matematica, e i giochini logici della Settimana Enigmistica. Presente quelli che non ti vengono mai? E poi vai a pagina 46 a leggere la soluzione e ti verrebbe da strozzare l’autore?! Ecco, proprio quelli! 🙂

Sono arrivata a casa all’ora di pranzo, e dopo mangiato mi sono messa al pc per lavorare sulla tesi. Che occhi pesaaaanti che ho, però!
… e adesso mia mamma mi ha appena portato una tazzona fumante di tè alla vaniglia (rigorosamente Twinings, of course). Se sentite russare sono io! 😀

Uffi, mi sto veramente rompendo le balle! Dev’essere il periodo, visto che un po’ di tempo fa anche la cara Chiara ha scritto un post sui generis.
Non so quali fossero i suoi motivi, o almeno, qualcuno lo riesco a intuire: i miei invece sono ben spiegati nell’icona degli occhiali qui a sinistra, e che su questo blog significa che si parla di lavoro!

Ancora una volta, oggi, ho ricevuto l’ennesima telefonata della mia ex collega, che una volta non trovava una carpetta, l’altra dei documenti, l’altra ancora serviva qualcuno per andare in fiera… oggi invece mi ha chiesto di tornare a lavorare perchè stanno cercando qualcuno che chiuda il buco per le ferie.
Ma insomma… se mi sono licenziata (e da più di 2 mesi) un motivo, anzi molti, ci sarà stato, no?! Ma lasciatemi in pace con la mia tesi, che nervi!

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